La cura/terapia come luogo di crescita e sviluppo

I bambini, per crescere e sviluppare competenze, diventare persone socialmente adeguate, hanno bisogno fin dalla fase fetale di essere pensati e di ricevere cure affettuose e costanti. È fondamentale che percepiscano l’ambiente in cui vivono come sicuro e prevedibile. Solo in questo modo potranno esplorare il mondo, acquisire nuove conoscenze, affrontare limiti e paure. Per farlo necessitano di una base sicura a cui tornare, una presenza stabile sulla quale poter contare nei momenti di bisogno (Bowlby, 1988).
Garantire sicurezza, protezione, stimolazioni adeguate e nutrimento nei primi anni di vita – ma anche successivamente – rappresenta la condizione necessaria per promuovere un adeguato sviluppo cognitivo, linguistico ed emotivo (OMS, 2018, Nurturing Care for Early Childhood Development).
Le neuroscienze mostrano come situazioni di stress prolungato possano modificare l’assetto neuronale e, di conseguenza, il funzionamento neuropsicologico del bambino. Fin dal periodo prenatale, lo sviluppo è infatti inscritto in una condizione diadica: non esiste crescita senza interazione con l’ambiente. Gli stimoli ambientali, interagendo con i vincoli costituzionali, determinano traiettorie di sviluppo (epigenesi probabilistica, modello del neurocostruttivismo; Westermann et al., 2007; Siegel, La mente relazionale).
È ormai dimostrato che le connessioni neuronali e l’organizzazione cerebrale sono fortemente influenzate dalle esperienze, in particolare da quelle vissute nei primi anni, quando il sistema nervoso centrale è maggiormente plastico. Le esperienze traumatiche (abbandono, istituzionalizzazione, abuso, maltrattamento), ma anche l’uso precoce e prolungato di dispositivi digitali, possono modificare strutture integrative legate ai meccanismi di regolazione.
Le cure materne incidono sullo sviluppo cerebrale già in epoca fetale: i neuro-ormoni attraversano la placenta e contribuiscono ad arricchire il feto. Nasciamo come un corpo dentro un altro corpo: la prima interazione con l’ambiente è la percezione del proprio corpo in relazione a quello materno. Già nella vita intrauterina le mani hanno una funzione esplorativa e, nel caso dei gemelli, anche ludica. Dall’autoesplorazione all’esplorazione dell’utero, ciò che il bambino costruisce è sempre co-costruito: lo sviluppo è un sistema dinamico e diadico.
Il bambino forma i primi legami di attaccamento con le figure che offrono un accudimento sufficientemente sicuro, generalmente la madre, ma anche il padre e, in molti casi, i nonni. Le ricerche hanno mostrato l’importanza delle relazioni di attaccamento multiple (Cassibba, 2009). Anche educatori e insegnanti, se in grado di offrire un ambiente prevedibile, routine rassicuranti e capacità di leggere i bisogni del bambino, possono diventare figure significative. In situazioni di attaccamento insicuro con i genitori, il contesto educativo può costituire un’occasione preziosa per sperimentare il benessere derivante da una relazione “sufficientemente buona”.


Dal quadro teorico alla pratica clinica
Tra le richieste più frequenti rivolte agli specialisti del neurosviluppo (psicologi, logopedisti, terapisti della riabilitazione) vi è la difficoltà di linguaggio e comunicazione in bambini di 2-3 anni.
Il primo incontro con i genitori è un momento cruciale: vengono raccolte le notizie anamnestiche, chiarito il motivo della richiesta e spiegate le azioni successive. Il bambino può manifestare difficoltà di separazione, trovandosi in uno spazio nuovo, simile alla scuola dell’infanzia ma senza bambini, e con un adulto definito dai genitori come “maestra, dottoressa, tata o amica”, senza chiarezza del ruolo. Questo contesto può generare confusione, ansia o diffidenza.
Per questo è importante curare l’accoglienza: oggetti ordinati per categorie, spazi chiari e non sovraccarichi di stimoli, tavoli e sedie a misura di bambino, un adulto che si pone in atteggiamento osservativo, accogliente e rispettoso dei tempi del bambino.
Durante i primi incontri, un’osservazione semi-strutturata attraverso il gioco può prevedere il coinvolgimento del genitore, utile sia per tranquillizzare il bambino, sia per osservare gli stili comunicativi della diade, il livello di simbolizzazione, la comprensione verbale e la qualità dell’eloquio. Solo in un secondo momento, quando il bambino si sentirà a suo agio, sarà possibile passare a una valutazione strutturata con test standardizzati, mantenendo comunque l’attenzione ai segnali di disagio e rinforzando i comportamenti positivi per rassicurarlo e favorire fiducia.
La comunicazione della diagnosi segna l’inizio del percorso di cura. In età evolutiva, essa è sempre frutto di un lavoro multiprofessionale. È essenziale che gli specialisti si esprimano in modo chiaro e comprensibile, ascoltino dubbi e ansie dei genitori, e costruiscano con loro un rapporto di fiducia. I genitori devono sentirsi valorizzati nelle proprie risorse e percepire la loro azione educativa come efficace. Diversamente, se si sentono incapaci, sarà difficile coinvolgerli nel percorso terapeutico.


Il ruolo dei genitori e della rete educativa
Il counseling genitoriale assume forme diverse in base all’età del bambino. Con bambini piccoli (2-3 anni) con ritardo di linguaggio, ad esempio, si può consigliare la lettura ad alta voce o il racconto di storie. La letteratura mostra infatti come le pratiche di home literacy e home numeracy abbiano un forte valore predittivo rispetto allo sviluppo cognitivo, linguistico ed emotivo.
Il genitore va guidato a scoprire la propria capacità di scaffolding, cioè la possibilità di offrire stimoli calibrati che sostengano lo sviluppo del bambino, facendolo sentire progressivamente più competente.
Fondamentale è la sinergia tra famiglia, insegnanti ed équipe terapeutica: solo relazioni di fiducia reciproca consentono al bambino di generalizzare le competenze acquisite e di usarle in modo funzionale nella vita quotidiana.


Conclusione
Per crescere e sviluppare competenze, un bambino ha bisogno di cure affettuose, ambienti prevedibili e figure di riferimento che sappiano offrire sicurezza e stimoli adeguati. Questo impegno non riguarda solo la famiglia, ma coinvolge l’intera comunità educante.
Come recita un proverbio africano: “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.”

Rita Mari

Lascia un commento